{"id":7538,"date":"2026-05-31T18:10:35","date_gmt":"2026-05-31T16:10:35","guid":{"rendered":"https:\/\/morganadesign.it\/?p=7538"},"modified":"2026-05-31T18:15:07","modified_gmt":"2026-05-31T16:15:07","slug":"quel-suono-fastidioso-che-mi-mancava-senza-saperlo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/morganadesign.it\/index.php\/2026\/05\/31\/quel-suono-fastidioso-che-mi-mancava-senza-saperlo\/","title":{"rendered":"Quel suono fastidioso che mi mancava senza saperlo"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><br><em>Ovvero: come internet mi ha dato tutto e portato via qualcosa che non avevo ancora imparato a chiamare.<\/em><\/h3>\n\n\n\n<p>Era il 2001. Non esisteva ancora la fibra, lo smartphone era fantascienza e Google era una cosa che usavano in pochi, convinti che Altavista fosse meglio. Collegarsi a internet non era un gesto automatico \u2014 era una decisione. Una cerimonia, quasi.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima di tutto, bisognava liberare la linea telefonica. Il che significava negoziare con il resto della famiglia, perch\u00e9 mentre tu navigavi, nessuno poteva telefonare. E viceversa. Una forma primitiva ma efficacissima di gestione delle priorit\u00e0 digitali.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi arrivava il momento. Il clic sul collegamento. E quindi lui: il suono.<\/p>\n\n\n\n<p><br>\ud83d\udd0a&nbsp; <em>Ascolta come suonava il futuro:<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n<iframe loading=\"lazy\" title=\"Il suono di un modem a 56k\" width=\"1080\" height=\"608\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/x9INOVEh3pQ?feature=oembed\"  allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share\" referrerpolicy=\"strict-origin-when-cross-origin\" allowfullscreen><\/iframe>\n<\/div><\/figure>\n\n\n\n<p>Una sequenza di fischi, graffi, stridori e sibili che, se ci penso adesso, somigliava pi\u00f9 a un'interferenza cosmica che a un protocollo di comunicazione. E tuttavia: era musica. Era la fanfara che annunciava l'ingresso nel mondo nuovo. Lento, gracchiante, meraviglioso.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci volevano dai trenta secondi a un minuto. A volte si disconnetteva a met\u00e0. A volte ripartiva da solo. Nessuno si sorprendeva, nessuno si arrabbiava, era normale che le cose richiedessero tempo e qualche tentativo.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><br><strong>La mail da 2Kb e l'arte della sintesi forzata<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Una volta connessa, la prima cosa era controllare le mail. Posta elettronica, come si diceva all'epoca \u2014 con una solennit\u00e0 che oggi farebbe sorridere, come chiamare \"corrispondenza elettronica\" un messaggio su WhatsApp.<\/p>\n\n\n\n<p>Le mail potevano contenere pochissimi kilobyte. Allegare un file era un'impresa. Mandare una presentazione era praticamente fantascienza. Il che, con il senno di poi, aveva un effetto collaterale inatteso e straordinario: costringeva a pensare prima di comunicare.<\/p>\n\n\n\n<p>Non potevi mandare un PDF di quaranta slide con loghi in alta risoluzione e font personalizzati. Dovevi decidere cosa era davvero essenziale. Dovevi scrivere. Dovevi essere chiaro. La tecnologia, con la sua limitatezza, ti imponeva una disciplina comunicativa che oggi bisogna cercarsi da soli.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p><em>Oggi mando presentazioni da venti mega senza pensarci. E mi chiedo quante volte quella facilit\u00e0 mi abbia permesso di essere pigro, ridondante, approssimativo. Quante slide in pi\u00f9 ho messo perch\u00e9 \"tanto ci sta\".<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><br><strong>Pietro, l'Iomega Zip e la liturgia della tipografia<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Prima che esistesse WeTransfer, Dropbox, la nuvola, c'era lui. Lo Zip disk Iomega. Cento megabyte di capacit\u00e0 in un dischetto rigido che costava quanto un pasto al ristorante (il disco, non il pasto). Un oggetto fisico, concreto, con un suo peso specifico. Con una sua personalit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Il mio si chiamava Pietro.<\/p>\n\n\n\n<p>Non lo chiesi a nessuno, non ci fu un meeting di branding. Un giorno gli appiccicai sopra un'etichetta e scrissi \"Si chiama Pietro\" con il pennarello indelebile. Fine. Pietro era il custode dei miei file, dei miei progetti, delle mie notti a impaginare cataloghi. Aveva una responsabilit\u00e0 enorme per essere un oggetto che non parlava.<\/p>\n\n\n\n<p>La filiera era questa: progettavi, impaginavi, stampavi le bozze su carta, le portavi al cliente, ricevevi correzioni scritte a mano sui fogli, tornavi al computer, correggevi, ristampavi, \"visto si stampi\", e solo allora \u2014 solo allora \u2014 copiavi i file su Pietro e lo portavi in tipografia di persona. O lo spedivi per posta. Fisica. In una busta.<\/p>\n\n\n\n<p>Era un processo lungo, faticoso, ricco di attesa. E quella lunghezza aveva un nome preciso: qualit\u00e0. Non perch\u00e9 la lentezza faccia bene per principio, ma perch\u00e9 ogni passaggio forzava una revisione, un controllo, una riflessione. I progetti arrivavano in tipografia gi\u00e0 pensati fino in fondo, perch\u00e9 non c'era modo di mandare una \"versione quasi definitiva\" e aggiustare dopo.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p><em>Oggi si manda tutto in un secondo, si corregge in tempo reale, si richiede un \"aggiornamento veloce\". E forse \u00e8 qui che qualcosa si \u00e8 perso.<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><br><strong>Il paradosso della velocit\u00e0<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>La tecnologia degli ultimi vent'anni ci ha regalato cose straordinarie. Non lo metto in discussione. Posso lavorare con un cliente a Milano stando sulle colline pistoiesi, mandare bozze in tempo reale, ricevere feedback mentre il file \u00e8 ancora aperto, consegnare in poche ore quello che un tempo richiedeva giorni.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, mentre lavoravo dalla veranda di casa mia, immersa nella natura, mi sono chiesta: tutta questa velocit\u00e0 ci ha reso pi\u00f9 liberi? O ci ha solo spostato l'urgenza?<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 ho la sensazione che i tempi si siano compressi senza che il carico di lavoro si sia alleggerito. Che si lavori altrettanto, ma con l'ansia aggiuntiva di dover rispondere subito, consegnare prima, essere sempre reperibili. Il confine tra orario di lavoro e non-orario \u00e8 diventato una linea sottile tracciata con un pennarello esaurito.<\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 tempo libero? Non ne sono sicura. Pi\u00f9 guadagni? Nemmeno. Pi\u00f9 qualit\u00e0? A volte. Ma spesso no, perch\u00e9 la qualit\u00e0 ha bisogno di tempo, e il tempo \u00e8 esattamente quello che la velocit\u00e0 ci ha tolto.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><br><strong>Momo e gli uomini grigi<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Qualche tempo fa ho riletto Momo di Michael Ende a mio figlio. \u00c8 un libro per bambini nel senso pi\u00f9 nobile del termine, cio\u00e8 un libro che i bambini capiscono perfettamente e che gli adulti fingono di capire.<\/p>\n\n\n\n<p>Momo \u00e8 la storia di una bambina che ha il dono di saper ascoltare davvero. E degli Uomini Grigi (i ladri del tempo) che convincono le persone a \"risparmiare\" tempo eliminando tutto ci\u00f2 che sembra improduttivo: le chiacchiere con gli amici, i giochi lenti, le pause, i sogni a occhi aperti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il risultato \u00e8 che le persone lavorano sempre di pi\u00f9, sono sempre pi\u00f9 efficienti, e diventano sempre pi\u00f9 vuote.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p><em>Ende scrisse questo libro nel 1973. Non aveva un computer. Non aveva internet. Non aveva previsto lo smartphone. Eppure aveva gi\u00e0 descritto esattamente quello che sarebbe successo.<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p><br>La mia attivit\u00e0 creativa si nutre di quelle pause che mi sembrano improduttive. Il momento in cui stacco lo sguardo dallo schermo e guardo fuori dalla finestra. Il quarto d'ora in cui cammino senza destinazione. La notte in cui un'idea sedimenta nel sonno e al mattino \u00e8 diventata qualcosa. Questi non sono tempi morti \u2014 sono il processo creativo. Solo che non si vedono nel preventivo.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\"><br><strong>Nostalgia con riserva<\/strong><\/h4>\n\n\n\n<p>Non voglio tornare a Pietro. Non voglio tornare a negoziare la linea telefonica con mia madre per poter controllare le mail (perch\u00e9 quando ho cominciato a lavorare il mio ufficio era sul letto della mia cameretta). Non rimpiango i trenta secondi di fischi \u2014 o forse s\u00ec, un poco.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che rimpiango \u00e8 lo spazio che quei trenta secondi contenevano.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre il modem gracchiava, non facevo niente. Non controllavo un'altra app, non rispondevo a un messaggio, non ottimizzavo il tempo. Ero l\u00ec, ad aspettare. E in quell'attesa \u2014 strana, anacronistica, meravigliosamente inutile \u2014 c'era spazio per pensare. Per perdermi. Per lasciare che qualcosa di non ancora definito prendesse forma da qualche parte nella testa, senza che io lo stessi cercando.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suono del modem era il suono del confine. Da una parte il mondo offline \u2014 le cose concrete, le stampe su carta, Pietro con la sua etichetta. Dall'altra il mondo nuovo che si stava costruendo. E quella soglia rumorosa mi dava il tempo di prepararmi al passaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi non c'\u00e8 pi\u00f9 soglia. Si \u00e8 sempre dentro. E forse \u00e8 proprio questo il punto: non manca il modem. Manca il confine.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ovvero: come internet mi ha dato tutto e portato via qualcosa che non avevo ancora imparato a chiamare. Era il 2001. Non esisteva ancora la fibra, lo smartphone era fantascienza e Google era una cosa che usavano in pochi, convinti che Altavista fosse meglio. 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