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Quel suono fastidioso che mi mancava senza saperlo


Ovvero: come internet mi ha dato tutto e portato via qualcosa che non avevo ancora imparato a chiamare.

Era il 2001. Non esisteva ancora la fibra, lo smartphone era fantascienza e Google era una cosa che usavano in pochi, convinti che Altavista fosse meglio. Collegarsi a internet non era un gesto automatico — era una decisione. Una cerimonia, quasi.

Prima di tutto, bisognava liberare la linea telefonica. Il che significava negoziare con il resto della famiglia, perché mentre tu navigavi, nessuno poteva telefonare. E viceversa. Una forma primitiva ma efficacissima di gestione delle priorità digitali.

Poi arrivava il momento. Il clic sul collegamento. E quindi lui: il suono.


🔊  Ascolta come suonava il futuro:

Una sequenza di fischi, graffi, stridori e sibili che, se ci penso adesso, somigliava più a un'interferenza cosmica che a un protocollo di comunicazione. E tuttavia: era musica. Era la fanfara che annunciava l'ingresso nel mondo nuovo. Lento, gracchiante, meraviglioso.

Ci volevano dai trenta secondi a un minuto. A volte si disconnetteva a metà. A volte ripartiva da solo. Nessuno si sorprendeva, nessuno si arrabbiava, era normale che le cose richiedessero tempo e qualche tentativo.



La mail da 2Kb e l'arte della sintesi forzata

Una volta connessa, la prima cosa era controllare le mail. Posta elettronica, come si diceva all'epoca — con una solennità che oggi farebbe sorridere, come chiamare "corrispondenza elettronica" un messaggio su WhatsApp.

Le mail potevano contenere pochissimi kilobyte. Allegare un file era un'impresa. Mandare una presentazione era praticamente fantascienza. Il che, con il senno di poi, aveva un effetto collaterale inatteso e straordinario: costringeva a pensare prima di comunicare.

Non potevi mandare un PDF di quaranta slide con loghi in alta risoluzione e font personalizzati. Dovevi decidere cosa era davvero essenziale. Dovevi scrivere. Dovevi essere chiaro. La tecnologia, con la sua limitatezza, ti imponeva una disciplina comunicativa che oggi bisogna cercarsi da soli.

Oggi mando presentazioni da venti mega senza pensarci. E mi chiedo quante volte quella facilità mi abbia permesso di essere pigro, ridondante, approssimativo. Quante slide in più ho messo perché "tanto ci sta".



Pietro, l'Iomega Zip e la liturgia della tipografia

Prima che esistesse WeTransfer, Dropbox, la nuvola, c'era lui. Lo Zip disk Iomega. Cento megabyte di capacità in un dischetto rigido che costava quanto un pasto al ristorante (il disco, non il pasto). Un oggetto fisico, concreto, con un suo peso specifico. Con una sua personalità.

Il mio si chiamava Pietro.

Non lo chiesi a nessuno, non ci fu un meeting di branding. Un giorno gli appiccicai sopra un'etichetta e scrissi "Si chiama Pietro" con il pennarello indelebile. Fine. Pietro era il custode dei miei file, dei miei progetti, delle mie notti a impaginare cataloghi. Aveva una responsabilità enorme per essere un oggetto che non parlava.

La filiera era questa: progettavi, impaginavi, stampavi le bozze su carta, le portavi al cliente, ricevevi correzioni scritte a mano sui fogli, tornavi al computer, correggevi, ristampavi, "visto si stampi", e solo allora — solo allora — copiavi i file su Pietro e lo portavi in tipografia di persona. O lo spedivi per posta. Fisica. In una busta.

Era un processo lungo, faticoso, ricco di attesa. E quella lunghezza aveva un nome preciso: qualità. Non perché la lentezza faccia bene per principio, ma perché ogni passaggio forzava una revisione, un controllo, una riflessione. I progetti arrivavano in tipografia già pensati fino in fondo, perché non c'era modo di mandare una "versione quasi definitiva" e aggiustare dopo.

Oggi si manda tutto in un secondo, si corregge in tempo reale, si richiede un "aggiornamento veloce". E forse è qui che qualcosa si è perso.



Il paradosso della velocità

La tecnologia degli ultimi vent'anni ci ha regalato cose straordinarie. Non lo metto in discussione. Posso lavorare con un cliente a Milano stando sulle colline pistoiesi, mandare bozze in tempo reale, ricevere feedback mentre il file è ancora aperto, consegnare in poche ore quello che un tempo richiedeva giorni.

Ma, mentre lavoravo dalla veranda di casa mia, immersa nella natura, mi sono chiesta: tutta questa velocità ci ha reso più liberi? O ci ha solo spostato l'urgenza?

Perché ho la sensazione che i tempi si siano compressi senza che il carico di lavoro si sia alleggerito. Che si lavori altrettanto, ma con l'ansia aggiuntiva di dover rispondere subito, consegnare prima, essere sempre reperibili. Il confine tra orario di lavoro e non-orario è diventato una linea sottile tracciata con un pennarello esaurito.

Più tempo libero? Non ne sono sicura. Più guadagni? Nemmeno. Più qualità? A volte. Ma spesso no, perché la qualità ha bisogno di tempo, e il tempo è esattamente quello che la velocità ci ha tolto.



Momo e gli uomini grigi

Qualche tempo fa ho riletto Momo di Michael Ende a mio figlio. È un libro per bambini nel senso più nobile del termine, cioè un libro che i bambini capiscono perfettamente e che gli adulti fingono di capire.

Momo è la storia di una bambina che ha il dono di saper ascoltare davvero. E degli Uomini Grigi (i ladri del tempo) che convincono le persone a "risparmiare" tempo eliminando tutto ciò che sembra improduttivo: le chiacchiere con gli amici, i giochi lenti, le pause, i sogni a occhi aperti.

Il risultato è che le persone lavorano sempre di più, sono sempre più efficienti, e diventano sempre più vuote.

Ende scrisse questo libro nel 1973. Non aveva un computer. Non aveva internet. Non aveva previsto lo smartphone. Eppure aveva già descritto esattamente quello che sarebbe successo.


La mia attività creativa si nutre di quelle pause che mi sembrano improduttive. Il momento in cui stacco lo sguardo dallo schermo e guardo fuori dalla finestra. Il quarto d'ora in cui cammino senza destinazione. La notte in cui un'idea sedimenta nel sonno e al mattino è diventata qualcosa. Questi non sono tempi morti — sono il processo creativo. Solo che non si vedono nel preventivo.



Nostalgia con riserva

Non voglio tornare a Pietro. Non voglio tornare a negoziare la linea telefonica con mia madre per poter controllare le mail (perché quando ho cominciato a lavorare il mio ufficio era sul letto della mia cameretta). Non rimpiango i trenta secondi di fischi — o forse sì, un poco.

Quello che rimpiango è lo spazio che quei trenta secondi contenevano.

Mentre il modem gracchiava, non facevo niente. Non controllavo un'altra app, non rispondevo a un messaggio, non ottimizzavo il tempo. Ero lì, ad aspettare. E in quell'attesa — strana, anacronistica, meravigliosamente inutile — c'era spazio per pensare. Per perdermi. Per lasciare che qualcosa di non ancora definito prendesse forma da qualche parte nella testa, senza che io lo stessi cercando.

Il suono del modem era il suono del confine. Da una parte il mondo offline — le cose concrete, le stampe su carta, Pietro con la sua etichetta. Dall'altra il mondo nuovo che si stava costruendo. E quella soglia rumorosa mi dava il tempo di prepararmi al passaggio.

Oggi non c'è più soglia. Si è sempre dentro. E forse è proprio questo il punto: non manca il modem. Manca il confine.

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